La crisi è finita?

La crisi è finita, l’Italia sta iniziando la sua ripresa economica; ecco l’assioma che emerge dai giornali e telegiornali, oltre che dal dogmatico discorso del ministro dell’economia Giulio Tremonti.

Dunque, come ogni bufera che passa, è ora di ricominciare a ricostruire quanto devastato e quindi il governo ha iniziato a pensare (oltre che alla fedina “immacolata” del PdC ndr) come poter sostenere la ripresa economica ed evitare una ricaduta.

Tutti sperano pardon speravano in una riforma fiscale che oltre a portare “sollievo” nelle tasche dei cittadini italiani, procuri maggior risparmio e dunque più liquidità che potrebbe essere spesa o investita.

Ma purtroppo coloro che speravano nella riduzione delle tasse, uno dei punti salienti del programma del PDL, hanno visto svanire le loro speranze, perché come ribadito oltre che dal Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, anche dal ministro dell’economia Giulio Tremonti, dobbiamo attendere la ripresa economica per poter iniziare a parlare di riforma fiscale e riduzione delle tasse.

Ma tutto questo non è un controsenso?

Se i giornali e telegiornali affermano in modo dogmatico che la crisi è finita, che l’Italia si sta riprendendo, allora perché per poter attuare una riforma fiscale, bisogna aspettare una ripresa economica?

La crisi è finita davvero oppure siamo usciti solo da un periodo di forte crisi ed in realtà dobbiamo ancora “camminare” a lungo per poter vedere la luce del tunnel?

A queste domande non si può certo rispondere in maniera univoca, duttile, e bisognerebbe muovere da posizioni pragmatiche per avere risposte opinabili, altrimenti si rischia di ottenere risposte semplicistiche e quindi insufficienti a spiegare le ragioni di quei perché.

Se per ipotesi dovessimo dar adito alla tesi che sostiene il Governo, allora dovremmo rispondere che la crisi è passata, la ripresa economica c’è ma da ancora segnali deboli, che l’Italia con le sue misure anti-crisi, oltre ad essere riuscita ad affrontare il periodo di crisi, è in grado di affrontare e di controllare anche quello post-crisi, ma la riforma fiscale non si potrebbe attuare, perché oltre al rischio di far balzare senza controllo i consumi e quindi avere come conseguenza un’impennata dell’inflazione, le casse dello Stato rischierebbero un deficit…

Allora ci si domanda, se non è possibile attuare la riforma fiscale, perché il Governo ha incrementato il budget per la sua presidenza (budget che per l’11% è destinato in modo esclusivo alla Presidenza del Consiglio ed al sottosegretario)? Inoltre, come mai il Governo dopo che la Protezione Civile è divenuta s.p.a. e dunque sotto il suo diretto controllo, ha incrementato del 35% circa (passando da € 1.508.324.961 nel 2009 a € 2.073.748.068 nel 2010) il budget di spesa della stessa? A quest’ultima domanda si risponderà con l’esimente del terremoto in Abruzzo e della catastrofe ad Haiti. Certo, il terremoto in Abruzzo ha comportato oneri elevati, ma allora cosa ne è stato delle nostre donazioni?

In realtà la riforma fiscale si potrebbe attuare, basta far quadrare gettito e tagli.

La semplificazione delle aliquote è una operazione semplice, anzi oserei dire banale, ma purtroppo non è possibile tagliare le tasse senza ridurre la spesa pubblica.

Va da sé, che la riduzione della spesa pubblica deve riguardare quei settori in cui gli sprechi sono enormi, e non quei “poveri” settori (ricerca, università, istruzione ecc…), che oggi “sopravvivono” con un budget sufficiente a farli funzionare.

Un esempio molto facile è quello delle Province, che in realtà non servono a rendere più celere e snella la burocrazia, ma anzi la rendono più farraginosa e lunga. Il personale che dopo il taglio delle provincie si ritroverà senza un impiego, potrà essere reimpiegato in settori che hanno un organico insufficiente, e di esempi se ne possono fare tanti, cosi da poter rendere la macchina burocratica molto più efficiente e celere.

Dunque d’ora in poi, quando qualcuno verrà a dirci che promette di ridurci le tasse, dovrà dire quali spese intende tagliare in modo politicamente fattibile e non utilizzare una frase ormai fatta anzi (oserei reiterata ndr) come: “taglio agli sprechi”.

Antonio Valenza

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I ragazzi dello zoo di Bettino

Da Il Fatto Quotidiano del 31 dicembre

Fra le varie balle che circolano su Craxi, la più indecente è quella secondo cui nel 1992-’93 i socialisti erano trincerati nel bunker di Craxi, assediati da toghe rosse e giustizialisti assortiti.

La verità è che i primi a scaricare Craxi furono proprio i ragazzi dello zoo di Bettino: quel variopinto caravanserraglio di nani e ballerine, prosseneti e miliardari che si faceva chiamare Partito Socialista. Al primo scossone i topi fuggirono dalla nave, in linea con la tradizione italiota della fuga da Caporetto descritta da Malaparte ne La rivolta dei santi maledetti: “Fuggivano gli imboscati, i comandi, le clientele, fuggivano gli adoratori dell’eroismo altrui, i fabbricanti di belle parole, i decorati della zona temperata, i giornalisti, fuggivano i Napoleoni degli Stati maggiori…fuggivano tutti in una miserabile confusione, in un intrico di paura, di carri, di meschinerie, di fagotti, di egoismo e di suppellettili, tutti fuggivano imprecando ai vigliacchi e ai traditori che non volevano più combattere e farsi ammazzare per loro”.

Claudio Martelli, il delfino, prometteva “rinnovamento” per “restituire l’onore ai socialisti”, esaltava “la salutare azione dei giudici di Mani pulite”, strapazzava Craxi per aver rifiutato di “usare la scopa o la spada contro i corrotti”; “Bettino non lo riconosco più, mi ricorda Salò” (30-9-92); “Ha lasciato che il malcostume si diffondesse e ha risposto in modo improvvido alle inchieste sulla corruzione” (28-11-92).

Gianni De Michelis, che Biagi chiamava l’Avanzo di Balera, denunciò “la gestione lacunosa del Psi” e la “scarsa attenzione alla degenerazione dei partiti” (19-6-92). Rino Formica, che ora delira di complotti internazionali, non aveva dubbi: “Il Psi era pieno di craxini che, non riuscendo a realizzare il socialismo, cercavano almeno un po’ di benessere” (1-11-92), “Craxi si comporta da stalinista, usa metodi autoritari e dispotici” (11-11-92).

Ferocissimo Ottaviano Del Turco: “Non mi stupisco affatto del partito degli affari all’interno del Psi. Ho sempre denunciato quelli che brillano per la luce dei soldi, come Paperon de’ Paperoni” (15-5-92); “Craxi non ha messo a disposizione del partito alcunché. Dei conti esteri non mi disse nulla” (8-11-94).
Perfino Paris Dell’Unto, detto Er Roscio, sparava a zero: “Craxi non ne azzecca più una. Più che un caso politico, è un problema sanitario” (13-11-93); “Bettino non si rende conto che rischia di eliminare non il Psi, ma cent’anni di storia. La gente non ne può più di ville al mare, yacht, feste, notti al night e mignotte” (3-5-93).

E perfino il cognatissimo Paolo Pillitteri cannoneggiava: “Io la chiamerei Cupola per rendere l’idea di quel che è successo fra politici e imprenditori a Milano” (3-5-92).
Anatemi anche dal cappellano Gianni Baget Bozzo: “Craxi doveva andare a Milano e chiedere perdono. C’è una questione morale, prima che politica. Nel centenario del Psi bisognava chiedere scusa per le tangenti incassate. Persino il Pci ha dovuto dire: ho sbagliato” (11-9-92).
Francesco Forte, reduce dai pellegrinaggi in Somalia, tuonava: “Sono stufo di andare a comprare i giornali e sentirmi dire: ‘Ma questo non è ancora in galera?’. Mi vergogno di essere un politico, per giunta socialista” (9-7-92).

E Giuliano Amato: “Molti nel partito si sono arricchiti: bisognava buttarne via qualcuno” (26-11-92). Intanto Craxi fuggiva ad Hammamet e Berlusconi fingeva di non conoscerlo: “Io a Craxi non devo nulla” (21-2-94); “Ho sempre riconosciuto il ruolo dei magistrati nella lotta al sistema perverso della Prima Repubblica. Tv e giornali della Fininvest sono stati sempre in prima linea nel difendere i magistrati e in particolare Di Pietro” (6-12-94). La migliore resta quella di Bobo Craxi, che a 25 anni era già segretario del Psi milanese per discendenza diretta: “Non mi sono mai considerato craxiano” (10-9-92).
Ecco, per i craxiani vale quello che diceva Montanelli dei Savoia: “Sono come le patate: la parte migliore è sottoterra”.

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Il papello e quelle leggi

Il Fatto Quotidiano, 17 ottobre 2009

Basta poco per rendersene conto. Basta rileggere le cronache parlamentari. Nei 12 punti elencati da Totò Riina nel suo papello come condizione per chiudere la stagione delle bombe non vi è nulla di sorprendente. La trattativa tra Stato e mafia c’è stata, proprio come raccontavano, ben prima della scoperta del papello, le sentenze definitive sulle stragi del ’93. Non per niente, durante gli ultimi 17 anni, buona parte dei desiderata di Cosa Nostra sono stati discussi e, a volte approvati, da Camera e Senato. Le supercarceri di Pianosa e l’Asinara sono state chiuse nel 1997 dal centrosinistra. La legge sui pentiti, coi voti dell’Ulivo e il plauso del centro-destra, è stata riformata nel 2001, provocando un crollo verticale del numero dei collaboratori di giustizia. Il 41 bis, il cosiddetto carcere duro, è stato invece “stabilizzato” nel 2002. Ma la norma, anche questa volta bipartisan, è stata scritta male. Così i tribunali di sorveglianza, com’era perfettamente prevedibile, si sono trovati a dover revocare il 41 bis (già reso molto meno duro) a centinaia di boss. E persino quattro mafiosi condannati per la strage di via dei Georgofili a Firenze sono adesso detenuti in regimi penitenziari normali.

A partire del 1994, poi, si è cominciato a parlare pubblicamente della possibilità di concedere forti sconti di pena agli uomini d’onore che non si pentono, ma decidono invece di dissociarsi dall’organizzazione. Il primo a farlo è stato uno dei tanti testimoni di quella trattativa che oggi ritrovano miracolosamente la memoria: Luciano Violante. Subito dopo, nel 1996, un’apposita proposta di legge è stata presentata da tre senatori dell’allora Ccd, mentre nel 2001 il futuro ministro degli Esteri, Franco Frattini, se l’è presa con i giornali che parlando troppo di dissociazione avevano fatto saltare “l’intera operazione”. Leggendo la copia del papello in mano ai magistrati un’unica domanda ha quindi senso: la trattativa con Cosa Nostra è ancora in corso? Perché come diceva una delle sue vittime, il giudice Paolo Borsellino: “Politica e mafia sono due poteri che vivono sul controllo dello stesso territorio: o si fanno la guerra, o si mettono d’accordo”.

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